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Śrī Ramana Mahaṛṣi

Raffigurazione di Śrī Ramana Mahaṛṣi

E’ con grande rispetto e devozione che facciamo riferimento a questo grande Adepto. Tutto il suo insegnamento è idealmente condensabile in una domanda: “Chi sono Io?”.
Siamo al cospetto di uno dei più alti vertici della Tradizione UNA, di cui è stato e resta incarnazione vivente. Premesso che siamo riusciti a trovare solo un breve richiamo diretto agli Yogasūtra, ci siano consentite due riflessioni provvisorie:
Esiste una differenza reale tra la domanda “Chi sono Io?” e l’affermazione “Conosci te stesso!” ?
Per rendere operativa la risposta a “Chi sono Io” non è forse necessario praticare con vigilanza e perseveranza il Niyama di Svādhyāya?

Per un approfondimento rimandiamo al sito ufficiale, di cui esiste la versione in italiano, in cui le opere del Maestro sono reperibili in inglese:

  • Who Am I?
  • Words of Grace
  • Talks with Sri Ramana Maharshi
  • Maharshi and His Message
  • Letters to Sri Ramanasramam
  • Gems from Bhagavan
  • Five Hymns to Sri Arunachala
  • Face to Face with Sri Ramana Maharshi
  • Ramana Varnam (Sadhu Om Book)
  • Face to Face with Sri Ramana Maharshi
  • The Hill of Fire

Atro link importante, in italiano, è quello curato dalla Vidya Bharata, dove è possibile trovare diverse fonti, inclusa la biografia.
Dell’insegnamento di Śrī Ramana Mahaṛṣi[1], fortunatamente, sono facilmente reperibili molte edizioni in italiano, alle quali si rimanda il lettore.  Da quella edita dalle Mediterranee, citiamo alcuni passi introduttivi che illustrano la particolarità di questo grande Adepto:

“Ramana Maharṣi (1879-1950) è uno dei più grandi maestri spirituali dell’India moderna. All’età di diciassette anni raggiunge una profonda esperienza del vero Se, senza la guida di un Guru e, in seguito, gli rimane per sempre la coscienza della propria identità con l’Assoluto (Brahman). Dopo alcuni anni di silenzioso ritiro inizia, infine, a rispondere agli interrogativi che gli vengono posti dai ricercatori spirituali di tutto il mondo. Maharṣi non segue alcun particolare metodo d’insegnamento, ma preferisce parlare direttamente della propria esperienza della non-dualità. Non ha, in pratica, lasciato niente scritto di suo pugno e il suo insegnamento ci viene trasmesso sotto forma di dialoghi (così come furono trascritti dai suoi seguaci) che ebbe con quanti l’andarono a trovare in cerca della sua guida… . L’istruzione spirituale di Maharṣi consiste nel riportare continuamente il ricercatore al suo vero Se e di suggerirgli, come via verso l’illuminazione, un’incessante forma di auto investigazione, che si basa sulla domanda: «Chi sono io? ». …All’età di diciassette anni fa improvvisamente esperienza della morte nel momento in cui realizza che muore il corpo, ma non la coscienza. «Io sono coscienza immortale. Tutto questo», affermerà in seguito, «non è stata semplice speculazione, ma l’ho percepito come una verità potente e concreta, che ho sperimentato direttamente, quasi senza pensare. [2]

Già nella sua prima opera, ‘Self Inquiry’, scritta in forma di risposte alle domande di uno dei suoi primi adepti, dopo aver definito che l’autorealizzazione può essere raggiunta in due modi, la Via dello Yoga e quella Vedantica della Jñāna ज्ञान, ovvero della gnosi, troviamo il richiamo agli Yogasūtra:

“M: The scriptures teach the means for gaining Self-realization in two modes — as the Yoga with eight limbs (Aṣṭāṅga  Yoga) and as knowledge with eight limbs (Aṣṭāṅga Jñāna)….
D: What are the limbs of Yoga?
M: Yama, Niyama, Āsana, Prāṇāyāma, Pratyāhāra, Dhāraṇā, Dhyāna, and Samādhi. Of these — (1) Yama: This stands for the cultivation of such principles of good conduct as nonviolence (Ahiṃsā), truth (Satya), non-stealing (Asteya), celibacy (Brahmācarya), and non-possession (Aparigraha). (2) Niyama: This stands for the observance of such rules of good conduct as purity (Śauca), contentment (Saṃtoṣa), austerity (Tapas), study of the sacred texts (Svādhyāya), and devotion to God (Īśvarapraṇidhāna).”[3]

Tra le due Vie, poco oltre, chiarisce che non esiste sostanziale differenza:

“Of Yoga and knowledge, one may follow whichever is pleasing to one, or both, according to circumstances.”[4]

Questo perché, al di la delle apparenze, il loro fine è identico; in effetti entrambe sono una; quale adottare dipende dal livello personale di evoluzione esistenziale:

“Although the modes of meditation may appear to be different from one another, in the end all of them become one. There is no need to doubt this. One may adopt that path which suits the maturity of one’s mind.”[5]

Come già detto, esiste una copiosa scelta editoriale in italiano, nella quale il lettore potrà trovare i testi da approfondire. Da parte nostra, proponiamo alcuni richiami di Śrī Ramana Maharṣi sul Silenzio, grande Maestro ed antidoto all’eccesso di sterile verbosità:

“D.: But common people in Europe and America would not appreciate such an attitude and would desire a display of powers and instructions by lectures, etc.
M.: Lectures may entertain individuals for a few hours without improving them. Silence on the other hand is permanent and benefits the whole of humanity.
D.: But silence is not understood.
M.: It does not matter. By silence, eloquence is meant. Oral lectures are not so eloquent as silence. Silence is unceasing eloquence. The Primal Master, Dakshinamurti, is the ideal. He taught his Ṛṣi disciples by silence.”[6]

Silenzio Operativo, come emerge chiaramente quando:

D.: Does Śrī Bhagavan initiate his disciples?
Mahaṛṣi kept silent. Thereafter one of the devotees took it upon himself to answer, saying, “Mahaṛṣi does not see anyone as outside his Self. So there are no disciples for him. His Grace is all-pervading and He communicates his Grace to any deserving individual in silence.”[7]

ulteriore motivazione:

“M.: Silence is never-ending speech. Vocal speech obstructs the other speech of silence. In silence one is in intimate contact with the surroundings. The silence of Dakshinamurti removed the doubts of the four sages. Mouna vyakhya prakaṭita tatvam (Truth expounded by silence.) Silence is said to be exposition. Silence is so potent. For vocal speech, organs of speech are necessary and they precede speech. But the other speech lies even beyond thought.”[8]

Concludiamo con queste ultime citazioni:

“D.: Why do masters insist on silence and receptivity?
M.: What is silence? It is eternal eloquence.”[9]
“M.: A realized  person will use his own language. Śrī Bhagavan added:
SILENCE is the best language.”[10]

divisore su sfondo chiaro con fantasia geometrica

[1]Mahāṛṣi महर्षि: (mahā + ṛṣi) grande Veggente [Adepto, Illuminato]

[2]L’insegnamento spirituale di Ramana Mahāṛṣi, Prefazione di G. Jung, Ed. Mediterranee, Roma, pgg. 15-16.

[3]The Collected Works of Ramana Maharshi, a cura di Arthur Osborne, 1997 pg.21 (“M: Le Scritture insegnano la Via della realizzazione del Sé in due modi: quello dello Yoga in otto parti (Aṣṭāṅga Yoga) e quello della conoscenza in otto parti (Aṣṭāṅga Jñāna)….D: Quali sono le parti dello Yoga? M: Yama, Niyama, Āsana, Prāṇāyāma, Pratyāhāra, Dhāraṇā, Dhyāna, e Samādhi. Di questa: (1) Yama: Che comporta il coltivare lo sviluppo di principi di buon comportamento come la non violenza (Ahiṃsā), verità (Satya), non-appropriazione (Asteya), celibato (Brahmacharya), e non possesso (Aparigraha). (2) Niyama: Che significa l’osservanza di regole di buon comportamento quali la purezza (Śauca), accontentamento (Saṃtoṣa), austerità (Tapas), studio dei testi sacri (Svādhyāya), e devozione a Dio (Īśvarapraṇidhāna).”

[4]Ibidem, pg. 30 (“Tra [la Via dello] Yoga [e quella della] conoscenza [Jñāna] , ciascuno può seguire la Via che preferisce, una od entrambe, in relazione alle situazioni.”).

[5]Ibidem, pg. 31 (“Sebbene i metodi di meditazione possano apparire differenti tra loro, alla fine tutti e due diventano un metodo unico. Su questo non ci sono motivi di dubitare. Ognuno può adottare il percorso che si confà alla maturità della propria mente.”).

[6]Talks with Śrī Ramana Mahaṣi, T. M. P. Mahadevan, University of Madras, 1958. Pg.18
(“D.: Ma la gente commune in Europa e in America non apprezza una tale attitudine, mentre desidera mettere in mostra i poteri acquisiti, tenere conferenze ecc.
M.: Le conferenze possono intrattenere le persone per qualche ora, senza ottenere miglioramenti. Il Silenzio, all’opposto, è permanente ed è a beneficio dell’intera Umanità.
D.: Ma il silenzio non è compreso.
M.: Non importa. Attraverso il Silenzio si esprime l’eloquenza. Le letture non sono altrettanto eloquenti del Silenzio. Il Silenzio è Eloquenza infinita. L’ideale è rappresentato dal Maestro primigenio, Dakshinamurti. Insegnava ai suoi discepoli Ṛṣi attraverso il Silenzio.” ).

[7]Ibidem, pg. 21 (D.: Sri Bhagavan inizia I suoi discepoli? Maharshi rimane silente. Dopodiché uno dei suoi discepoli risponde al suo posto, dicendo, “Maharshi non vede nessuno come esterno al suo Sé. Perciò per lui non ci sono discepoli. La sua Grazia è onnipervadente, Lui trasmette la sua Grazia ad ogni discepolo in silenzio. ”).

[8]Ibidem, pg. 76 (“M.: Il Silenzio è un discorso senza fine. La comunicazione verbale ostruisce il dialogo del silenzio. In Silenzio si è in profondo contatto con ciò che ci circonda. Il Silenzio di Dakshinamurti rimosse I dubbi dei quattro Sapienti. Mauna [मौन] vyākhyā [व्याख्या] prakaṭita [प्रकटित] tat tvam [तत् त्वम्] (La Verità esposta attraverso il Silenzio). Il Silenzio esprime l’insegnamento. Il Silenzio è potente. Per la comunicazione verbale sono necessari gli organi della voce, che precedono la parola detta. Mentre l’altra forma di comunicazione [mediante il Silenzio] precede il pensiero.”).

[9]Ibidem, pg. 145 (“D.: Perché i Maestri insistono sul Silenzio e sulla capacità di recepire? M.: Cos’è il Silenzio? E’ eloquenza infinita.”).

[10]Ibidem, pg. 160 (“M.: Una persona realizzata utilizzerà il suo linguaggio. Sri Bhagavan aggiunge: Il Silenzio è la forma più elevata di linguaggio.”).