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Omaggio a Georg Feuerstein un Adepto Yogi

Presentazione

Con questo breve intervento riportiamo un estratto dal testo di prossima pubblicazione:

Pātañjala Yogasūtrāṇi. Yama e Niyama, i Doveri (astensioni e osservanze). Il ‘punto di vista’ Yoga Vol II, nuova edizione revisionata e ampliata.

Desideriamo rivolgere un devoto omaggio ad uno dei rari Adepti che la Tradizione Occidentale ha espresso negli ultimi secoli.
Purtroppo, gran parte delle sue opere non sono state tradotte in italiano. Con questo piccolo contributo confidiamo possa nascere l’interesse da parte di accademici che, avendo buone relazioni con le case editrici del settore, possano farsene carico ottenendo finanziamenti per la traduzione e soprattutto la distribuzione e stampa dei preziosi lavori del Feuerstein.

Foto di Georg Feuerstein

Georg Feuerstein (1947- 2012)

Un ruolo di assoluta preminenza nel panorama dei traduttori e commentatori contemporanei è assunto dal Feuerstein, la cui vita ed insegnamento sono profondamente permeati da una dedizione completa alla Via dello Yoga. Non è casuale trovarsi di fronte ad una persona che ha raccolto il più profondo rispetto sia dal mondo accademico sia, soprattutto, da quello iniziatico[2]. Anche per Feuerstein non possiamo non rimarcare l’assenza di adeguate traduzioni in lingua italiana.

Nei suoi testi il sistematico richiamo ai doveri verso sé stessi e verso l’Umanità, quindi verso l’Essere Supremo illumina sotto molteplici prospettive i Significati profondi di Yama e Niyama.

È indicativo che dopo aver vissuto, appreso ed insegnato lo Yoga per una vita, abbia dedicato un’opera tarda, di ampio respiro, alla ‘Moralità dello Yoga’, esplicitando nel sottotitolo che si tratta di ‘Antichi insegnamenti in un tempo di crisi globale[3].  Siamo di fronte ad un affresco tanto ‘scomodo’ per la sua concretezza quanto saldamente ancorato alla Tradizione, resa viva e pulsante nel suo riverbero sull’attuale situazione dell’Umanità. L’insegnamento che è trasmesso riguarda i principi etico-morali che costituendo le fondamenta della Via dello Yoga, sono patrimonio comune delle Tradizioni Hindu, Jainista e Buddhista. Dopo aver evidenziato in prefazione le origini dell’attuale crisi globale e planetaria, individuando le gravi responsabilità dei sistemi di comunicazione ufficiali:

“Until now the media have avoided reporting on the single most important news- the magnitude of the crisis we are facing not only environmentally but also socially and geopolitically. By feeding the reader only fragments (“sound bytes”) of the total picture, they effectively trivialize the actualities and thus render them innocuous.”[4]

ci esorta all’azione consapevole:

“Of course, there are countless things we can and must do to prepare ourselves for the inevitable at a personal level and also at the collective level.”[5]

con una testimonianza ed un insegnamento, rivolti a tutti coloro che sentono l’importanza della spiritualità:

“I want to look at the present situation primarily from the viewpoint of a spirituality committed person, especially, but not exclusively a practitioner of Yoga. To be precise, I am interested in answering – from the perspective of a Yoga scholar and practitioner – the question of how may we live consciously, responsibly, authentically, and without fear in the midst of mounting turmoil.”[6]

A questo punto risulta efficace l’identificazione del centro pulsante della Via dello Yoga, che costituisce lo scopo del libro:

“The core process of Yoga, which conducts the yogic practitioner from a state of inauthentic existence to authentic being, is unglamorous and proceeds through the gradual, quiet transformation of one’s body-mind and everyday life. Thus, the foundation of all genuine yoga practice, like any other spiritual discipline in the world, lies in the realm of moral behavior. It is impossible to be a good yogin or yogini without being a morally mature individual”[7]

Come non notare in questo insegnamento sapienziale l’eco del avamā abhyāroha, il mantra della purificazione[8]

ॐ असतो मा सद्गमय ।
तमसो मा ज्योतिर्गमय ।
मृत्योर्मा अमृतं गमय ।
Om asato mā sadgamaya |
tmamaso mā jyotirgamaya |
mṛtyor mā amṛtaṁgamaya |
OM dall’irreale portaci al Reale
dall’oscurità portaci all’Illuminazione
dalla morte portaci all’immortalità

Interessante notare come per Feuerstein scopo del libro sia quello di controbilanciare la diffusa banalizzazione e sfruttamento commerciale dell’eredità dello Yoga:

“Often Yoga’s modern votaries are no longer even aware of the spiritual and moral aspects of the age-old tradition they presume to practice. This state of affairs has long saddened me, because when stripped of its spiritual and moral teachings, Yoga cannot lead to inner freedom, peace, and happiness, as it was designed to do.”[9]

Al praticante dello Yoga, infatti, è richiesto di sviluppare le virtù definite da Patañjali:

“…he or she has to uphold the five universal moral virtues mentioned by Patañjali and a good many more.”[10]

Naturalmente Feuerstein opera un necessario distinguo tra morale profana e virtu yogiche:

“Even the yogic virtues and the moral rules governing society at large intersect in many ways, Yoga morality must be distinguished from conventional morality, whether it be secular or religious……. Whereas conventional morality tends to be elastic and sluggish, yogic morality is founded on acute mindfulness or attentiveness, great sensitivity, as well as copious responsibility[11]

Virtù la cui realizzazione completa, ‘Il Grande Voto, è essenziale per procedere sulla Via che conduce all’Illuminazione:

“Hinduism, Buddhism and Jainism acknowledge at least the following five key virtues: non harming, truthfulness, non stealing, non-grasping (greedlessness), and chastity. In his Yoga-Sūtra (2.31), Patañjali speaks of these as constituting the “great vow” (mahā-vrata), which shows their intrinsic importance to the yogic path. He, furthermore, states that they are valid in all spheres of life, regardless of a personal’s birth status, location, time, or circumstance.”[12]

Il testo dedica specifici capitoli ad ognuna di tali virtù (gli Yama, i Doveri/Dharma verso l’Umanità), facendole emergere come risposta attiva e concreta ineludibile per contrastare i vizi ad esse opposti.
Vizi dei quali ci rammenta la diffusione planetaria a tutti i livelli, da quelli governativi ed economici fino a quelli individuali dove l’ignavia è dilagante; senza mai omettere di stigmatizzare la penetrazione dei vizi anche negli ambienti yogici.
Vizi dai quali ogni sincero ricercatore deve liberarsi alimentando le virtù. In modo magistrale sono evidenziati gli aspetti operativi, dimostrando come la realizzazione di base delle virtù sia essenziale e determinante per tutti, nessuno escluso.

La peculiarità dell’aspetto Yogico dei principi è illustrata come un ‘andare oltre’ la loro dimensione profana, costituendo in tal modo le fondamenta dell’intero percorso dello Yoga. Si tratta di un’analisi lucida e tagliente, che partendo dall’indagine sulle radici dell’oscurità nella quale siamo immersi, attraverso una sistematica denuncia del “relativismo morale[13] sempre più diffuso, individua e propone il sentiero verso la Luce secondo l’insegnamento Tradizionale.
Il testo include una trattazione acuta e puntuale dei Doveri/Dharma verso sé stessi (Niyama) che trovano il loro culmine in quelli verso l’Essere Supremo. Non ci dilunghiamo volutamente, con l’Auspicio che tra gli sparuti lettori ci sia chi, incuriosito e dotato di sufficiente potere profano per trovare una casa editrice disposta a finanziarne la traduzione assicurandone altresì un’ampia distribuzione, compia la benemerita azione di tradurre e far pubblicare nella sua interezza l’intero testo.

Passando ad uno dei pochi testi tradotti in italiano, il contributo di Feuerstein appare particolarmente significativo rispetto al tentativo di comprensione ed interpretazione dell’ultimo Niyama: Īśvarapraṇidhāna.
Trattandosi di un concetto largamente dibattuto, spesso con opinioni contrastanti se non opposte, a maggior ragione l’approfondimento di Feuerstein assume un significato rilevante, anche solo sul piano dei dubbi che solleva e delle ipotesi che formula.

Īśvara è l’argomento iniziale è fondante del suo testo “Filosofia Yoga”[14]

“La caratteristica che più distingue l’ontologia della scuola di pensiero di Patañjali e, come è mia intensione sostenere, di ogni altra forma di Yoga Hindū, è il concetto di «Signore» o Īśvara….Esso esprime la nozione di un elevatissimo dio personale, dotato talvolta di caratteristiche antropomorfe, ma mai separato dal concetto di brahman, l’Assoluto impersonale proprio del discorso filosofico. Īśvara, in definitiva, è un termine legato alla storia del teismo indiano.”[15]

L’ipotesi formulata non è priva di fascino ed allusioni iniziatiche:

“Basandomi sull’ipotesi…di una capacità innata che l’uomo avrebbe di sperimentare il numinoso, avanzo la proposta che Īśvara sia essenzialmente un costrutto sperimentale, apparso originariamente sulla base del processo di interiorizzazione yogica, piuttosto che frutto di puro raziocinio teologico”[16]

Il testo fornisce un’ampia e dotta disamina delle varie opinioni al riguardo da parte dei commentatori degli Yogasūtra, a loro volta largamente debitori dei commentatori classici (Vyāsa, Vācaspati Miṣra  e Vijñāna Bhikṣu), tutte ruotanti intorno alla domanda se la Darśana Yoga sia o meno teistica. La domanda che è posta da Feuerstein è precisa:

“…ci si deve interrogare sul perché si sarebbe dovuto sentire il bisogno di riconoscere filosoficamente la condizione suprema di Īśvara se questo concetto non avesse in qualche modo avuto un’irrefutabile base sperimentale.”[17]

La tesi è poi esplicitata in modo preciso, prendendo in considerazione il ruolo del Puruṣa:

“A livello trascendentale, il rapporto tra Īśvara e puruṣa è di «inclusione» mediante fusione: il Sé è eclissato dall’essere di Īśvara. A livello empirico, tuttavia, è una relazione a senso unico, nella quale lo yogīn credente emula la condizione di Īśvara, coessenziale con la condizione del proprio Sé più profondo. È questa l’idea implicita nel concetto di Īśvara praṇidhāna , un canalizzare la propria vita emotiva e cognitiva verso dio cercando di «imitare» la sua natura incondizionata. Allo scopo di realizzare tale imitatio dei, lo yogīn simboleggia dio in forma di praṇava, il sacro fonema oṃ.”[18]

Portando a sostegno della tesi Vyāsa, che nella Yoga-Bhāṣya (I.27):

“…evidenzia come tale simbolizzazione non sia dovuta a una convenzione, bensì al fatto che il rapporto tra Īśvara e oṃ è naturale (intrinseco) e permanente. In altri termini l’oṃ, anziché segno linguistico, è esperienza, è un simbolo autentico, carico di potere numinoso. Sperimentabile in meditazione profonda, esso è segno dell’onnipresenza di Īśvara.”[19]

In opposizione a tutti i commentatori che hanno considerato l’accenno a Īśvara negli Yogasūtra come del tutto causale, Feuerstein avanza con forza la tesi secondo la quale:

“La dottrina di Īśvara è una componente integrale della filosofia dello Yoga classico e che, oltre a ciò, Īśvara occupa un posto preminente nella struttura pratica dello Yoga, e che qualsiasi tentativo di esorcizzare questo concetto equivarrebbe a storpiare tanto la struttura teoretica quanto la struttura pratica dello Yoga stesso”[20]

Per chi desideri approfondire, questo è il sito creato da Feuerstein:
traditionalyogastudies

Di seguito le Opere che saranno recensite nel testo in corso di redazione:

  • Filosofia Yoga, Marsilio, Venezia, 2009
  • The Yoga-sūtra of Patañjali. A new Translation and Commentary. Inner Traditions, Rochester, 1979
  • The Yoga Tradition, Hohm Press, 2008
  • The essence of Yoga. Inner Traditions, Rochester, 1998
  • Yoga morality. Ancient teaching at a Time of Global Crisis. Hohm press, Prescott, 2007
  • Yoga and Yoga Therapy, 1998 (fonte IAYT)

Fabio Milioni

divisore fantasia geometrica

[1]https://www.facebook.com/Georg.Feuerstein/

[2]Cfr. Svāmī Veda Bhāratī, op. cit.

[3]Georg FEUERSTEIN, Yoga morality. Ancient teaching at a Time of Global Crisis, Hohm press, Prescott, 2007. (N.d.c. Ci sia consentita una riflessione personale: per la sua attualità, questo è un testo che dovrebbe essere tradotto e reso oggetto di studio e meditazione in ogni luogo ove si insegna lo yoga. Sicuramente aiuterebbe a diventare dei buoni cittadini ed a comprendere quali sono le concrete fondamenta per l’elevazione spirituale).

[4]Ibidem pg. x (Fino ad oggi i messi di comunicazione hanno evitato di rendere nota l’informazione più importante, quella dell’ampiezza della crisi che abbiamo di fronte che coinvolge non solo gli aspetti ambientali, ma anche quelli sociali e geopolitici).

[5]Ibidem pg. xi (Certamente, ci sono infinite cose che possiamo e dobbiamo fare per prepararci all’inevitabile sia sul piano personale che a livello collettivo).

[6]Ibidem pg. xi (Voglio osservare la situazione attuale essenzialmente, ma non esclusivamente, dal punto di vista di una persona spiritualmente consapevole, non esclusivamente di un praticante di Yoga. Per essere precisi, sono interessato a rispondere – partendo dal punto di vista di colui che studia e pratica lo Yoga – alla domanda su come possiamo vivere consapevolmente, responsabilmente, autenticamente e senza paura nel mezzo del caos montante).

[7]Ibidem, pg. xiv (Il nucleo del percorso dello Yoga, che conduce colui che lo pratica da uno stato di esistenza non autentico a quello di essere autentico, è privo di piacevolezze e procede attraverso graduali e tranquille trasformazione del proprio corpo-mente e della vita quotidiana. In tal modo il fondamento di ogni autentica pratica dello yoga, come di ogni altra disciplina spirituale, è legata alla dimensione del comportamento morale. È impossibile divenire un buon yogi o yogini senza essere anche un individuo maturo sotto l’aspetto morale).

[8]Cfr. Bṛhadāranyaka Upaniṣad 1.3.28

[9]Op. cit. pg. xviii (Spesso i praticanti moderni dello Yoga non sono consapevoli persino degli aspetti spirituali e morali di questa antica Tradizione che pretendono di praticare. Questo stato di cose mi ha intristito a lungo, perché se viene separato dai suoi insegnamenti spirituali e morali, lo Yoga non può condurre a ciò per cui fu costituito: libertà interiore, pace e felicità.)

[10]Ibidem, pg. 6 (Lui o lei deve farsi carico delle cinque virtù morali a carattere universale [Yama] richiamate da Patañjali oltre a molte altre).

[11]Ibidem, pg. 93 (Anche se le virtù yogiche e le regole morali che governano la società si intersecano in vari modi, la moralità dello Yoga va distinta da quella convenzionale, sia essa profana o religiosa…..Mentre la moralità convenzionale tende ad essere  elastica e pigra, quella yogica è fondata su un’acuta consapevolezza o attenzione, grande sensibilità, così come su un elevato senso di responsabilità).

[12]Ibidem pgg. 88-89 (Induismo, Buddhismo e Jainismo riconoscono come minimo le seguenti cinque virtù chiave: non nuocere, veridicità, non appropriazione,  non avidità e castità. Nel suo Yoga-Sūtra (2.31), Patañjali parla di queste virtù come costituenti il “grande voto” (mahā-vrata), il che evidenzia la loro intrinseca importanza nella Via dello Yoga. Egli, inoltre, dichiara che tali virtù sono valide in ogni sfera della vita, senza eccezioni rispetto alle condizioni di nascita, luogo, tempo o circostanza).

[13]Il concetto di “relativismo morale”, una sorta di filo conduttore dell’intera opera, è ampiamente analizzato ed indagato, con dovizia di dati, in relazione ai singoli vizi che affliggono la società e gli individui che la costituiscono. Feuerstein, con coraggio, non omette di denunciarne l’infiltrazione anche in ambienti legati allo Yoga (“It appears that moral relativism is much at home in contemporary Yoga circles as it is elsewhere in our present-day society”, op cit. pg 140). Ne scaturisce un panorama desolante a tutto tondo, ma anche l’evidenza della necessità di un’azione fattiva di profonda purificazione  per ogni sincero aspirante della Via Iniziatica.

[14]Georg Feuerstein, Filosofia Yoga,  Marsilio, Venezia, 2009

[15]Ibidem, pg.23

[16]Ibidem, pg.26

[17]Ibidem, pg.31

[18]Ibidem, pg.37

[19]Ibidem, pg.38

[20]Ibidem, pg.39

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