Gli Yoga Sūtra di Patañjali: una panoramica

Titolo originale: Yoga Sūtras of Patañjali: An Overview
Autore: Yogacharya Dr. Ananda Balayogi Bhavanani (Chairman dell’Ananda Ashram presso l’ICYER, Pondicherry, India. www.icyer.com)
Fonte: https://www.academia.edu/34426186/Yoga_Sutras_of_Patanjali_An_Overview

Traduzione per i lettori di lingua italiana a cura di Fabio Milioni, per gentile concessione dell’Autore.

Introduzione

Una delle più grandi menti della storia umana è il Sapiente Mahaṛṣi Patañjali, il codificatore della Darśana Yoga che può essere definita come una Visione reverenziale della realtà più elevata, attraverso l’Arte e la scienza dello Yoga. Deve essere stato davvero un uomo straordinario, visto che è a lui è accreditata la trasmissione di:

  • Lo Yoga, per la purificazione della mente (come Patañjali)
  • La grammatica, per la purificazione del nostro discorso (come Panini) e
  • Āyurveda, (antica medicina indiana) per la purificazione del corpo fisico grossolano (come Charaka).

Questi tre aspetti della sua personalità sono ben evidenziati nel classico śloka (श्लोक verso) che si trova nel commento di Bhoja[1] sui sūtra che si rivolge a lui come segue:

“Yogena chittasya padena vaachammalam sharirasya cha vaidyakena yoapakarottam pravarammuninaam Patañjalim pranjalir anatoasmi”

La nostra mente è incapace persino di contemplare questo grande essere umano che visse esclusivamente per il benessere e la crescita spirituale dei suoi fratelli. Patañjali era sicuramente un’anima illuminata che aveva sperimentato lo stato [dell’essere] più elevato; tuttavia era tornato indietro [nella dimensione profana] perché voleva che anche gli altri avessero quella visione (Darśana) del Divino e raggiungere l’obiettivo finale del Kaivalya (कैवल्य distacco, isolamento, libertà assoluta, diventare uno con la Divinità, assorbimento nell’essenza divina).

Gli eterni Significati della Darśana Yoga sono stati codificati, sotto forma di sintetici aforismi, attraverso i suoi Yogasūtra. Questi sūtra, che si ritiene siano stati composti e trasmessi dalla Tradizione orale [“bocca-orecchio” da Maestro a discepolo] almeno dal 1000 al 1500 a.C., furono codificati in forma scritta molto più tardi, intorno al 500 a.C. – 300 d.C., datazione comunemente citata. Gli Yogasūtra di Patañjali sono costituiti da brevi aforismi collegati tra loro, come se stessero creando una ghirlanda di perle su un filo.

Questo metodo unico, comune alla Tradizione orale dello Yoga, ci aiuta a cogliere le complessità dello Yoga, questa grande scienza di esperienza interiore, definita da Yoga Mahaṛṣi Svāmī Gitananda Giri come la “madre di tutte le scienze“. I Sūtra furono sempre mantenuti sintetici, poiché erano destinati ad essere appresi, memorizzati e recitati con riverenza e consapevolezza al fine di facilitare lo sviluppo di un profondo senso di quieta contemplazione interiore.

Gli Yogasūtra costituiscono uno strumento efficace per aiutare il sincero Sādhaka [साधक, colui che percorre la Sādhana, la Via iniziatica] a ricordare e comprendere le sottigliezze della grande arte e scienza dello Yoga; e [gli Yogasūtra] non hanno MAI voluto essere un semplice manuale di istruzioni.

Organizzazione dei Sūtra

I 195/196 sūtra (dipende dalle due diverse versioni oggi disponibili che si differenziano rispetto all’aggiunta di un sūtra dopo 3.22, che è in realtà un’espansione dell’idea presentata nel precedente sūtra) sono disposti in una forma logica e inseriti in quattro pāda. Si può dire che i pāda siano la principale divisione capitolo-saggio degli Yogasūtra, ma dobbiamo anche considerare che il termine pāda si riferisce ai piedi e questo può indicare l’approccio graduale sostenuto da Mahaṛṣi Patañjali. I quattro pāda sono:

  1. Samādhi-pāda (समाधिपाद): questo capitolo è un’esplorazione dei diversi aspetti del Samādhi e ci dà un indizio sul processo di contemplazione introspettiva.
  2. Sādhana-pāda (साधनपाद): questo capitolo espone il percorso della Sādhana Yoga nella forma della Sādhana “esterna” (bahiraṅga) attraverso i primi cinque aspetti dell’Aṣṭāṅga Yoga.
  3. Vibhūti-pāda (विभूतिपाद): questo capitolo tratta dello Yoga interiore (antaraṅga) e descrive i Siddhi o i conseguimenti psichici che possono essere raggiunti attraverso la pratica di Saṁyama su vari aspetti dell’Universo.
  4. Kaivalya-pāda (कैवल्यपाद): questo capitolo tratta del conseguimento del più alto stato di Kaivalya (liberazione) che si verifica quando alla fine andiamo oltre i Kleśa (afflizioni) e il Karma (intreccio tra azione e reazione) per diventare infine “UNO CON IL DIVINO”.

Patañjali ha strutturato tutti i Sūtra in maniera deduttiva e logica con numerosi riferimenti incrociati a vari concetti importanti come Kleśa, Karma, Antarāya[2], Siddhi e Guṇa, ecc.

Capitolo I: Samādhi Pāda

Cos’è lo Yoga? La risposta a questa domanda è data da Patañjali all’inizio dei suoi ineguagliabili insegnamenti. I Sūtra da 1.1 a 1.4 argomentano la definizione di Yoga come processo di purificazione mentale. La definizione classica di Yoga come disciplina per controllare le fluttuazioni della mente subconscia/inconscia (Yogaśchittavṛttinirodhaḥ – 1.2) viene fornita insieme alla comprensione del processo di unità con le Vṛtti (fluttuazioni) che si verifica in assenza del “controllo”. Sottolinea l’importanza di Abhyāsa e Vairāgya in Sūtra-1.12 quando afferma che le Vṛtti cesseranno da sole una volta che saranno state perfezionate le chiavi gemelle di Abhyāsa e Vairāgya. Egli continua definendo Abhyāsa come la pratica ininterrotta, disciplinata e dedicata fatta con aspirazione Divina (1,14). La natura di Vairāgya, come coltivazione di una natura dotata di oggettività e spassionata, così essenziale per ogni scienziato sia che si tratti dei moderni sperimentali o degli antichi Sapienti, è trattata nei Sūtra 1.15 e 1.16.

Egli fornisce un riferimento incrociato al più alto stato di Kaivalya (descritto negli ultimi Sūtra del Kaivalya Pāda) quando afferma che, se lo si vuole ottenere (1,16), si deve sviluppare l’oggettività spassionata verso lo stato [dell’Essere]più elevato (Para Vairāgya). Come spesso si dice, se ami davvero qualcosa lascialo andare. Se ritorna a te è giustamente tuo e se no, non è mai stato il tuo sin dall’inizio.  Patañjali tratta il concetto di Samādhi classificandolo in numerosi livelli e sottolivelli. Lo stato inferiore di Saṃprajñāta (quello che si ottiene attraverso il pensiero cognitivo) è sotto-classificato in 1.17 come Vitarka, Vicāra, Ananda e Asmitā. Dichiara anche, in 1.18, che l’altro (Asaṃprajñāta Samādhi) si occupa delle impressioni residue (Saṃskāra) che affiorano una volta che il processo di pensiero è stato affrontato nelle fasi precedenti.

I Sūtra da 1.19 a 1.22 trattano dell’importanza di qualità come Śraddhā (devozione fedele), vīrya (forza del corpo e della mente), smṛti (capacità di ricordare e imparare dalle precedenti esperienze) e Samādhi Prajña (competenza mentale per gli stati superiori) che sono essenziali per il successo spirituale. Egli classifica anche i cercatori come mṛdu (gli indolenti e incompetenti), madhya (i mediocri) e adhimātra (gli eccellenti), ma poi ci dice che per colui che è estremamente motivato ed energico, che non rinuncia a perseverare, il conseguimento è molto più facile (tīvra-saṃvegānām-āsannaḥ-1.21). Il concetto del Divino è trattato da Patañjali nei versi 1.24-1.26 dove sottolinea anche l’importanza del Praṇava e del suo Japa. Il Praṇava AUM (noto anche con il nome di Omkara) è giustamente considerato al primo posto in tutto il pensiero indiano, poiché è la vibrazione sonora più vicina alla vibrazione dell’Universo stesso. Patañjali dice “tasya vācakaḥ praṇavaḥ” – il suono vibratorio del Divino è il Praṇava (1.27). Il Praṇava consiste nei tre suoni sacri (Ākāra, Ukara e Makara Nada) che possono rappresentare la creazione, il sostentamento e la dissoluzione. Non esiste un Mantra più alto del Praṇava e non esiste uno strumento di guarigione più alto del potere Divino dell’Universo! Patañjali afferma inoltre che il Praṇava Japa (la recitazione ripetuta di esso con profonda consapevolezza del suo significato-1.28) può eliminare tutti gli ostacoli sul sentiero verso la realizzazione dell’unificazione con il Divino (1.29).

Nei Sūtra 1.24-26 Patañjali definisce il Sé Divino (Īśvara) un’anima speciale (Viśeṣa-Puruṣa –1.24) che è al di là dei Kleśa (afflizioni psicologiche intrinseche) e del Karma (ripercussioni del continuum di azione-reazione). Descrive anche Īśvara come l’eterno maestro (pūrveṣāmapi guruḥ-1.26) che è al di là del tempo stesso ed è il seme di tutta la saggezza (sarvajña-bījam -1.25). Patañjali è benedetto dalla lungimiranza e mette in guardia i Sādhaka che ci sono molti ostacoli sul sentiero dello yoga verso il Kaivalya, offrendogli le soluzioni. In 1.30 – 1.32 descrive i nove ostacoli affrontati da un Sādhaka nella sua Sādhana, elencando questi Antarāya o Citta Vikṣepa (1.30). Descrive anche le quattro manifestazioni esterne di questi ostacoli interni (1,31). Patañjali prosegue suggerendo diversi metodi per stabilizzare e liberare la mente nei sūtra 1.32 – 1.39.
La pratica focalizzata su un principio (ekatattva-abhyāsaḥ -1.32) è indicata come il metodo migliore per prevenire e affrontare gli ostacoli e le loro manifestazioni. La tendenza moderna di passare da un insegnante all’altro e il seguire metodo dopo metodo senza alcun approfondimento, non può mai portare ad alcun risultato poiché è l’esatto opposto di [quanto espresso in] questo consiglio di vitale importanza. Sostiene l’adozione di atteggiamenti positivi (1.33) come maitrī (cordialità verso coloro che sono a proprio agio con sé stessi), karuṇā (compassione verso la sofferenza), muditā (simpatia verso i virtuosi) e upekṣānāṃ (elusione e indifferenza verso i viziosi).
La concentrazione focalizzata della mente sul Prāṇa [energia vitale] (1.34), le esperienze sensoriali (1.35), è inoltre menzionata la luce interiore (1.36) mentre raccomanda un atteggiamento distaccato (1.37) con approfondimento della conoscenza del Sé attraverso una comprensione dello stato di Sogno (1.38) e gli stati [dell’Essere] meditativi (1.39).
La nostra mente irrequieta, una volta stabilizzata, raggiunge la massima chiarezza e diventa cristallina (abhijātasya-iva maṇeḥ) nella sua capacità di trasmettere veramente le esperienze più elevate (1.41). Questa chiarezza è raggiunta attraverso diverse fasi che descrive nei sūtra 1,40 – 1,51 come savitarkā samāpatti, nirvitarkā samāpatti, savicārā samāpatti, nirvicārā samāpatti e nirbīja Samādhi.
Così, attraverso il Samādhi Pāda, Mahaṛṣi Patañjali ci aiuta a contemplare e comprendere il funzionamento della nostra mente. Impariamo a conoscere i processi del viaggio interiore e cominciamo a comprendere i vari stadi interiori [dell’Essere] sul sentiero dello Yoga, la scienza dell’unione finale.

Capitolo II: Sādhana Pāda

Questo Pāda tratta dell’importanza della Sādhana, il processo operativo verso l’obiettivo finale con un approccio passo-passo. Diversi aspetti della Sādhana vengono trattati con precisione e per il sincero Sādhaka viene presentata un’esplorazione dettagliata dei concetti di Kriya Yoga [lo Yoga nel suo aspetto di azione, operatività] e Aṣṭāṅga Yoga [gli otto gradini, o livelli dello Yoga]. In questo capitolo Patañjali tratta ampiamente le prime cinque parti dell’Aṣṭāṅga Yoga che sono conosciute come il bahiraṅga Yoga [yama-niyama-āsana-prāṇāyāma-pratyāhāra]. Il Sādhana Pāda inizia con un’esplorazione dei Kleśa (afflizioni psicologiche innate) ed i metodi della loro rimozione. Il Kriya Yoga, la potente combinazione di tapas, svādhyāya e Īśvara praṇidhāna (tapaḥ svādhyāya-īśvara-praṇidhānāni kriyā-yogaḥ 2.1) è prescritto come metodo per facilitare il conseguimento del Samādhi attraverso l’eliminazione dei Kleśa (samādhi-bhāvana-arthaḥ kleśa-tanū-karaṇa-arthaḥ ca 2.2).

Patañjali descrive i metodi basilari per recidere il legame con il Karma che ci lega [alla dualità] di azione-reazione, agli innumerevoli cicli di nascita-morte-nascita per l’eternità. Nei sūtra 2.12 – 2.25 descrive il processo di questa graduale liberazione dalla schiavitù karmica (Karma Bandha). Secondo il Sapiente Vāsiṣṭha, [così come da lui insegnato] nello Yoga-Vāsiṣṭha, l’Atma Jñāna (conoscenza del sé) è l’unico modo per sfuggire alle grinfie del ciclo infinito delle nascite. Patañjali fa eco a questo concetto quando dice che esclusivamente il Sapiente dotato di Viveka (intelletto discriminante) può vedere chiaramente che tutte le esperienze terrene non sono altro che sofferenza e dolore (duḥkham-eva sarvaṃ vivekinaḥ – 2.15). Secondo Patañjali, la vera beatitudine (Anandam) è raggiunta solo con il più elevato stato di Kaivalya, mentre qualsiasi stato ad essa inferiore è dolore. Questo concetto è in molti modi simile al nucleo della filosofia buddista, che considera tutta la vita come sofferenza.

Patañjali ci consiglia di sforzarci di prevenire quelle miserie che devono ancora verificarsi (heyaṃ duḥkham-anāgatam-2.16), fornendoci così un indizio vitale sull’importanza dell’azione preventiva per evitare la sofferenza futura. Nel sūtra 2.17 afferma inoltre che la causa del dolore è l’unione tra il veggente e il visto. Questa incrollabile schiavitù, causa di ogni sofferenza, è in realtà dovuta all’Avidyā, l’ignoranza della realtà (tasya hetuḥ avidyā -2.24). Il vero scopo della Sādhana Yoga è espresso da Patañjali nel Sūtra 2.28 quando afferma che la pratica prolungata delle varie parti dello Yoga è finalizzata alla distruzione delle impurità, consentendo in tal modo al Sādhaka di coltivare la più elevata Sapienza dell’Illuminazione (yoga-aṅga-anuṣṭhānāt aśuddhi-kṣaye jñāna-dīptiḥ āviveka-khyāteḥ -2.28).
A tal fine egli enumera l’ottuplice sentiero regale dell’Aṣṭāṅga Yoga come “Yama-Niyama-Āsana-Prāṇāyāma-pPPratyāhāra-Dhāraṇā-Dhyāna-Samādhi” in 2.29. Patañjali descrive Yama e Niyama come grandi voti (Mahāvratam) evidenziando che non devono essere limitati da classe, luogo, tempo o circostanza (2.31). Pūjya Yoga Mahaṛṣi, Svāmī Gitananda Giri diceva spesso che lo Yoga di Patañjali è lo “Yoga senza opzioni” [senza compromessi] con una ferma insistenza su solide fondamenta basate su Yama-Niyama, che rivestono fondamentale importanza nella Sādhana Yoga [il precorso della Via iniziatica dello Yoga].
Ci consiglia inoltre di coltivare pratipakṣa-bhāvanam, la visione opposta, quando ci si trova di fronte a pensieri negativi di natura bassamente profana che causano sofferenza (vitarka-bādhane pratipakṣa-bhāvanam 2.33). Il concetto di pratipakṣa-bhāvanam è un insegnamento straordinario che deve essere radicato nella nostra Sādhana quotidiana, dovendo affrontare i pensieri negativi molte volte al giorno al giorno. Anche se non possiamo sostituire i pensieri negativi con opposte e positive mozioni, dobbiamo cercare di fermarli nel loro corso fastidioso Personalmente ho scoperto che l’affermazione “BASTA” fa miracoli per aiutare a bloccare i pensieri negativi che ci conducono nel pozzo nero, come sabbie mobili piene di guai sempre più profondi.

Patañjali, dopo averci fornito una chiara visione di Yama-Niyama quali solido fondamento (Adhikāra Yoga) di una sistematica Sādhana Yoga, prosegue descrivendo il terzo ramo dell’Aṣṭāṅga Yoga, cioè Āsana come “sthira-sukham-āsanam” nel sūtra 2.46 [la postura (deve essere) stabile e comoda]. Questa è la migliore definizione di āsana: uno stato che irradia stabilità e facilità. Un tale stato può essere raggiunto solo attraverso una pratica regolare, disciplinata e determinata. La chiave per ottenere questo stato è data in 2.47, dove ci consiglia di praticare le āsana con un rilassamento dello sforzo (prayatna-śaithilya) associato alla contemplazione sull’infinito (ananta-samāpattibhyām). Attraverso la pratica di āsana, si raggiunge lo stato di equilibrio ed equanimità (descritto nella Bhagavad Gītā come Samatvam) che consente di superare le dualità (tataḥ dvandva-anabhighātaḥ 2.48) che normalmente ci tormentano generando squilibrio.

Al successivo livello, Patañjali descrive il Significato di Prāṇāyāma e i suoi benefici in 2,49-2,53. In 2.49 definisce Prāṇāyāma come la “cessazione dei processi di inspirazione ed espirazione”. Questo è simile al concetto di Haṭha Yoga di Kevala Kumbhaka, che è una cessazione spontanea della respirazione stessa. Un tale stato di andare “al di là del respiro” è un altro esempio del genio di Patañjali nello spiegare i concetti più elevati con semplicità. Di fronte a qualcosa che ci stupisce, diciamo: “Mi ha tolto il fiato!” Immagina quindi, lo stato del nostro respiro, quando ci troviamo faccia a faccia con l’esperienza divina stessa! Avendo descritto il Prāṇāyāma che è un ponte tra il mondo esterno e quello interiore, prosegue definendo Pratyāhāra in 2.54 e 2.55 come il “ritiro della mente dagli impegni sensoriali”. Proprio come una tartaruga ritira le sue membra nel suo guscio, i sensi cessano di funzionare non appena la mente (la principale fonte di energia per la funzione sensoriale) inizia il viaggio verso l’interno.
Non c’è da stupirsi che la mente sia chiamata il super-senso o Ekendriya (l’unico senso). A questo stadio della Sādhana, il sincero Sādhaka è finalmente pronto per affrontare il viaggio interiore; in tal modo Patañjali pone fine al Sādhana pāda che ci tiene in sospeso riguardo all’avvento Vibhūti pāda che si occuperà del raggiungimento dei poteri attraverso la pratica dello Yoga interiore, l’Antaraṅga Yoga.

Capitolo III: Vibhūti Pāda

Patañjali inizia il terzo pāda dando definizioni dei tre aspetti interni (Antaraṅga) dello Yoga, vale a dire Dhāraṇā, Dhyāna e Samādhi. Definisce Dhāraṇā come il processo di legare la coscienza a un punto, un luogo, una regione o un oggetto (deśa-bandhaḥ-cittasya dhāraṇā-3.1).
Definisce inoltre Dhyāna come lo stato in cui vi è un flusso costante e continuo di attenzione e concentrazione su un punto, luogo, regione o oggetto (tatra pratyaya-ekatānatā dhyānam-3.2). Lo stato di super coscienza assorbente (Samādhi) è espresso da Patañjali come uno stato onnipresente quando la mente si perde e l’oggetto brilla senza differenziazione (tat-eva-artha-mātra-nirbhāsaṃ svarūpa-śūnyam-iva samādhiḥ-3.3).
Queste tre parti interne comprendono la pratica dell’Antaraṅga Yoga e sono conosciute insieme come Saṁyama (fluendo insieme senza soluzione di continuità) nel 3.4 quando dice “trayam-ekatra saṁyamaḥ“.

Passa poi a descrivere in 3.17-3.37 e poi di nuovo tra 3.39 e 3.49 le esperienze e i poteri speciali (Siddhi) che risultano dalla pratica del Saṁyama su vari oggetti grossolani e sottili.
Questi includono la lettura della mente (3.19), l’invisibilità (3.21), la conoscenza anticipata del tempo della morte (3.23), la forza elefantina (3.25), la conoscenza del movimento delle stelle (3.29), il potere di andare oltre la fame e la sete (3.31), la trasmigrazione (3.39), la levitazione (3.40), il raggiungimento di Anima e degli altri sette Siddhi (3.46), la perfezione del corpo (3.47) e infine padronanza della stessa causa primaria (3.49). È molto importante evidenziare l’esistenza del sūtra 3.38 dove ci avverte che i Siddhi che otteniamo con la pratica di Saṁyama su oggetti diversi sono sia un conseguimento che un ostacolo al progresso spirituale! Troviamo tanti Sādhaka che si sono persi per strada, smarrendo il cammino, dopo essere stati catturati nella magia dei Siddhi, causando in tal modo la perdita totale del loro progresso spirituale per molte altre manifestazioni future.

Con riferimento al sūtra 3.22, le diverse versioni finiscono con 195 o 196 sūtra. Il sūtra 3.21 tratta il concetto dello sviluppo del Siddhi dell’invisibilità, ottenuta bloccando i raggi di luce che causano la visione degli oggetti. In realtà questo ci mostra che Patañjali era anche un eccellente fisico che conosceva anche le leggi dell’ottica Il sūtra 3.22 espande questo concetto includendo anche gli altri sensi, indicando così che si sviluppano Siddhi di non essere ascoltati, odorati, ecc.
Nelle versioni degli Yoga Sūtra che non includono questo versetto, il sūtra 3.22 è quello in cui Patañjali parla del raggiungimento della conoscenza in anticipo quando sarà il momento della propria morte. Per questa panoramica, sto facendo riferimento alla versione con 196 sūtra in modo tale da comprendere meglio la discrepanza tra le diverse versioni.
L’atteggiamento distaccato verso il mondo manifesto è molto importante nella Sādhana Yoga, ma Patañjali ci insegna che è solo attraverso il processo di rinuncia che si può raggiungere lo stato finale di Kaivalya (liberazione) (3.50). Ci dice con forza che dobbiamo rinunciare persino al desiderio di quello stato più alto, se quello stato deve manifestarsi.
Questa idea ha un riferimento incrociato proprio all’inizio del Samādhi pāda in cui afferma che, se lo si vuole raggiungere, si deve sviluppare un’oggettività spassionata verso lo stato più elevato (Para Vairāgya) (1,16). L’importanza di questo Para Vairāgya che distrugge il seme stesso delle impurità, così benedicendoci con la liberazione, descritto nel sūtra 3.51 come “tadvairāgyādapi doṣavījakṣaye kaivalyam”. Conclude il Vibhūti pāda dicendoci che è solo l’unificazione tra Buddhi e Puruṣa che porta alla liberazione (sattvapuruṣayoḥ śuddhisāmye kaivalyamiti-3.56).
Un tale stato può manifestarsi esclusivamente se noi stessi ci trasmutiamo in un mezzo puro [qualificato e idoneo] per la trasmissione cristallina degli impulsi universali divini. Purezza di pensiero, parola e azione è di fondamentale importanza se vogliamo diventare i veicoli più puri della Grazia Divina.

Capitolo IV: Kaivalya Pāda

Nell’ultimo capitolo che è il più breve dei quattro (con soli 34 versetti), Patañjali ci dà un’idea del più elevato stato di liberazione, conosciuto come Kaivalya.
All’inizio spiega come i Siddhi (che sono semplici pietre miliari del progresso sul sentiero spirituale) possono essere ottenuti con diversi metodi (4.1) come Janma, Aushadi, Mantra, Tapah e Samādhi. Si occupa del concetto di Karma e descrive la relazione tra azione e reazione nei sūtra 4.7 e 4.8.
Afferma che, per la persona comune, il Karma può essere bianco (puro) o nero (impuro) o della terza natura, mentre per gli Yogī non è né bianco né nero (karma-aśukla-akṛṣṇaṃ yoginaḥ trividham-itareṣām-4.7).

Nel sūtra 4.9 affronta il concetto di reincarnazione, affermando che i modelli costituiti dalle abitudini profonde (Saṃskāra) hanno una continuità ininterrotta, manifestandosi da una manifestazione alla successiva, dando vita a diversi tipi di incarnazioni (Jāti), luoghi (Deśa), e intervalli di tempo (Kala). Ci fornisce un eccellente concetto sulla triplice natura del tempo (Trikala), affermando che il passato e il futuro coesistono entrambi nella realtà presente, ma appaiono diversi solo per le loro diverse caratteristiche e forme.
Ciò implica che, conoscendo la realtà presente, si può acquisire anche la conoscenza del passato e del futuro diventando così un Trikala Jñani (colui che conosce tutti e tre gli aspetti del tempo) -4.12.
Ci aiuta a comprendere i Guṇa spiegando che essi sono la spina dorsale di tutto ciò che si manifesta (Vyakta) e ciò che è nei piani sottili (Sūkṣma) dell’esistenza (4.13). Ci illustra come lo stesso oggetto possa essere percepito in modo diverso dalle diverse menti, poiché le menti stesse si manifestano in modo diverso (4,15 – 4,17).

Non c’è da stupirsi se tutti sembrano avere una visione del mondo personale! La mente di ogni persona è diversa, analogamente, che ci piaccia o no, la percezione di ogni persona dell’Universo manifesto dovrebbe essere diversa.
Una volta acquisita la consapevolezza di questa verità, siamo in grado di capire meglio gli altri, quindi rendere il mondo un posto migliore perché ci rendiamo conto che non può esserci “una sola visione”.

Una bella affermazione di Patañjali si trova nel Kaivalya pāda laddove afferma: “Nessun oggetto dipende da una sola mente (na ca-eka-citta-tantraṃ cet-vastu tat-apramāṇakaṃ tadā kiṃ syãt-4.16)”. In tal modo molti sono convinti che l’intero Universo crollerebbe se noi non siamo lì per continuare a farlo!
Questo è un messaggio chiaro dal grande Sapiente: l’Universo può fare abbastanza bene anche se noi non ci siamo! Man mano che ci eleviamo gradualmente negli stati più alti, si verifica l’avvento di una facoltà di discriminazione di ordine superiore (Vivekanimnam).
Quando ciò accade, la mente inizia a gravitare verso la liberazione assoluta da tutte le esperienze, che altrimenti si manifesterebbero a causa dell’interazione tra il veggente e il visto (tadā viveka-nimnaṃ kaivalya-prāgbhāraṃ cittam -4.26).
È come se, nonostante i nostri sforzi personali, una volta che ci siamo avvicinati, venissimo attratti in quello stato [dell’Essere] superiore!
Proprio quando sembriamo sviluppare un senso di compiacimento, Patañjali ci avverte che anche in questo livello più alto dobbiamo stare molto attenti, altrimenti i Saṃskāra della natura profonda dell’inconscio si attiveranno, bloccando ancora una volta il nostro progresso spirituale (4.27).

Queste impressioni residue profonde devono essere trattate nuovamente con l’Om Japa, il Prāṇa Dhāraṇā e altre pratiche utilizzate in precedenza per rimuovere i Kleśa (4.28).
Conquistata l’ultima frontiera, il Dharma Megha Samādhi può finalmente manifestarsi, rimuovendo così una volta per tutte i Kleśa e il Karma (tataḥ kleśa-karma-nivṛttiḥ -4.30). Il Dharma Megha si riferisce alla potente nube carica della pioggia della Virtù, che ha il potenziale per benedirci con la libertà eterna. Le piogge torrenziali di questa nuvola di pioggia della Natura più elevata, lava via tutte le arroganti e ignoranti impurità che ci tenevano lontani dal raggiungere lo stato supremo della realizzazione finale.
A questo punto (4.30) Mahaṛṣi Patañjali trasmette l’insegnamento secondo il quale, nello stato di Kaivalya, ci trasmutiamo nel Divino stesso, così come precedentemente aveva definito Puruṣa un’anima speciale, al di là di Kleśa e Karma (1.24). Diventiamo il Divino, perdiamo il nostro senso di individualità per ottenere il senso dell’universalità assoluta. Una volta che si verifica questo stato, i Guṇa, avendo adempiuto al loro scopo di darci sia il godimento (Bhoga) che lo stimolo verso il raggiungimento dell’emancipazione (Apavarga) si ritirano automaticamente nella loro essenza (2.18). In realtà, a questo punto, andiamo addirittura oltre il tempo stesso (Akala). Non ci sono più ramificazioni del passato o del futuro perché scompaiono completamente. A questo punto finalmente esistiamo totalmente solo nell’Illuminato Ora! (4.33).

Patañjali conclude il Kaivalya pāda dicendo che, una volta raggiunto questo punto nel nostro viaggio spirituale, la Pura Coscienza si stabilisce nella sua vera Natura (puruṣa-artha-śūnyānāṃ guṇānāṃ pratiprasavaḥ kaivalyaṃ svarūpa-pratiṣṭhā vā citi-śaktiḥ iti -4.34). Con il raggiungimento di questo stato dell’Essere assoluto e dinamico, il nostro viaggio evolutivo termina, poiché abbiamo raggiunto l’apice raggiungendo la nostra vera essenza, dove cessa di esistere ogni forma di dualità. Il pensiero filosofico indiano ci dice, dice e ridice che la nostra vera natura essenziale è Sat-Cit-Anandam (Pura Essenza, Pura Coscienza, Pura Beatitudine).

Conclusione

Mahaṛṣi Patañjali, con i suoi sūtra, ci ha donato un’incredibile e cristallina mappa del percorso [della Via Iniziatica] verso Kaivalya [la liberazione-reintegrazione-illuminazione]. Tuttavia, l’onere di percorrere la Via incombe interamente su di noi, utilizzando le due “chiavi gemelle”: Abhyāsa e Vairāgya; poiché questo è l’unico modo in cui possiamo finalmente raggiungere il nostro obiettivo di liberazione assoluta, una volta per tutte. È d’importanza fondamentale non dimenticare mai di ricordare il suo avvertimento: non dobbiamo fermarci quando i appaiono Siddhi, perché sono semplici pietre miliari sulla via; dobbiamo proseguire oltre, in avanti, nel nostro viaggio evolutivo dallo stato dell’Essere semplicemente umano a quello Supremo e Divino.

Abahu purusakaram sankha cakrasi dharinam sahasra sirasam svetam pranamami Patañjalim

Offro il mio più profondo saluto al grande Mahaṛṣi Patañjali, incarnazione di Ādi Śeṣa[1] dalle mille teste, armato con la conchiglia, il disco e il bastone. Possa egli benedirci tutti nella nostra ricerca spirituale per il più alto stato di Kaivalya!

HARI OM TAT SAT – Possa essere la realtà!

divisore fantasia geometrica

Dello stesso autore, per ulteriore approfondimento:
Ananda Balayogi Bhavanani, Understanding the Yoga Darshan. An exploration of the Yoga Sūtra of Mahaṛṣi Patañjali, Dhivyananda Creations, Puducherry, 2011

 

Sullo stesso tema:

https://loyogadellatradizione.com/il-suono-dello-yoga-eliminando-le-mistificazioni-sulle-basi-dello-yoga/

 

RIFERIMENTI:

ॐ Bhavanani Ananda Balayogi, A primer of Yoga theory, Dhivyananda Creations, Iyyanar Nagar, Pondicherry

ॐ Bhavanani Ananda Balayogi. Yoga: 1 to 10. Dhivyananda Creations, Iyyanar Nagar, Pondicherry

ॐ Gitananda Giri Swami, Ashtanga Yoga of Patañjali, Satya Press, Ananda Ashram, Thattanchavady, Pondicherry

ॐ Gitananda Giri Swami, Yoga: Step by step, Satya Press, Ananda Ashram, Thattanchavady, Pondicherry

ॐ Jnaneshvara Bharati Swami, Yoga Sūtras of Patañjali- interpretive translation, www.swamiji.com

ॐ Satyananda Saraswati Swami, Four chapters on freedom, Bihar school of Yoga, Munger, Bihar

Con questo contributo siamo onorati di inaugurare la collaborazione con l’Autore, di cui riportiamo il profilo.

Yogacharya Dr. Ananda Balayogi Bhavanani, DSc (Yoga), Direttore del Centre for Yoga Therapy Education and Research (CYTER), MGMCRI, Sri Balaji Vidyapeeth University, Pondicherry (www.sbvu.ac.in).

Presidente del centro internazionale per l’educazione e la ricerca yoga di Ananda Ashram, Pondicherry, India (www.icyer.com) Membro dell’Accademia indiana di yoga, ha scritto 19 DVD e 23 libri sullo yoga. Cantante indiano classico, percussionista, compositore di musica e coreografa della danza classica indiana. Destinatario del DSc (yoga) della SVYASA yoga University,  Consigliere internazionale onorario dell’Associazione Internazionale Yoga Terapeuti (www.iayt.org), dell’associazione Australiana di yoga terapia (www.yogatherapy.org.au), della World Yoga Foundation (www.worldyogafoundation.in) e le associazioni Gitananda yoga in tutto il mondo (www.rishiculture.org). Riconosciuto come un IAYT Certified yoga terapeuta (C-IAYT) dalla International Association of Yoga Therapy. Membro del Comitato consultivo scientifico del CCRYN, Ministero di AYUSH, Govt dell’India, nonché i comitati di esperti di AYUSH per la celebrazione della giornata internazionale di yoga e il programma di yoga & diabete. È consulente di risorse per l’OMS Collaborative Centre in medicina tradizionale (yoga) a MDNIY, Nuova Delhi. Membro del Consiglio esecutivo dell’associazione indiana per lo yoga (www.yogaiya.in) e del Consiglio di amministrazione del Council for Yoga Accreditation International (www.cyai.org).

Fabio Milioni

divisore fantasia geometrica

[1]Bhoja भोज: Vṛtti agli Yogasūtra di Patañjali (Rājamārtaṇḍa).

[2]Antarāya अन्तराय: karma che ostruisce.

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