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David Gordon White e la sub-cultura dello yoga

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Nel testo[1], The Yoga Sutra of Patanjali. A Biography,[2] il White evidenzia vari aspetti problematici degni di attenzione. Con un approccio ‘non convenzionale’ White affronta sotto il profilo storico la collocazione degli yogasūtra, assumendo una posizione indipendente dalle varie scuole di pensiero, sottoponendo ad una verifica corrosiva le interpretazioni che a vario titolo relegano il testo di Patañjali in un orizzonte ristretto. Condivisibili o meno, le riflessioni di White hanno il pregio di fondo di abbattere gli steccati dei ‘sistemi chiusi’. Particolarmente efficace la critica a quella che identifica come la moderna sub-cultura dello yoga. Innanzitutto pone in discussione il termine di “classico”, attribuito agli yogasūtra:
“When I began this project, I was of the opinion that “classical yoga”—that is, the Yoga philosophy of the Yoga Sutra (also known as the Yoga Sutras)—was in fact a tradition extending back through an unbroken line of gurus and disciples, commentators and copyists, to Patanjali himself, the author of the work who lived in the first centuries of the Common Era. However, the data I have shifted through over the past three years have forced me to conclude that this was not the case.”[3]

Motivando tale tesi con il fatto che all’incirca dal XII secolo gli yogasūtra sono caduti nell’oblio, tralasciando Śaṅkara e Vijñānabhikṣu (citati da White nel testo nel testo) collocabili tra XIV e XVI sec. L’affermazione che l’assenza di testimonianze scritte implichi l’oblio è una deduzione accettabile se riferita alle modalità di trasmissione della conoscenza di tipo profano. Altro è lo scenario se si fa riferimento alla trasmissione della Sapienza iniziatica tradizionale. Quest’ultima ha come caratteristica la trasmissione diretta, ’bocca-orecchio’, da Maestro a discepolo. Le forme Tradizionali non hanno la necessità di rivelarsi in modo palese, quindi in forma scritta; quando ciò avviene è per motivi che normalmente non è dato conoscere. D’altronde lo stesso White si avvicina indirettamente la realtà sottesa quando, identificando a catalogando le varie tipologie di commentatori degli yogasūtra afferma che:

“Since the time of its composition, the Yoga Sutra has been interpreted by three major groups: the Yoga Sutra’s classical Indian commentators; modern critical scholars; and members of the modern-day yoga subculture, including gurus and their followers. A fourth group, conspicuous by its absence, should also be mentioned here. For reasons that we will see, the people traditionally known as “yogis” have had virtually no interest or stake in the Yoga Sutra or Yoga philosophy.”[4]

L’oblio evidenziato è quello delle testimonianze scritte, cessato solo recentemente e diventato altresì un fenomeno di quella che White identifica come industria della sub-cultura yoga:

“Patanjali’s work began to fall into oblivion. After it had been virtually forgotten for the better part of seven hundred years, Swami Vivekananda miraculously rehabilitated it in the final decade of the nineteenth century. Since that time, and especially over the past thirty years, Big Yoga—the corporate yoga subculture—has elevated the Yoga Sutra to a status it never knew, even during its seventh-to twelfth-century heyday.”[5]

Cosa intenda per sub-cultura yoga è presto spiegato:

“In the United States, where an estimated seventeen million people regularly attend yoga classes, there has been a growing trend to regulate the training of yoga instructors, the people who do the teaching in the thousands of yoga centers and studios spread across the country. Often, teacher training includes mandatory instruction in the Yoga Sutra of Patanjali. This is curious to say the least, given the fact that the Yoga Sutra is as relevant to yoga as it is taught and practiced today as understanding the workings of a combustion engine is to driving a car.”[6]

Da cui una domanda graffiante:

“What could an archaic treatise on the attainment of release through true cognition possibly have to do with modern postural yoga, that is, the postures and the stretching and breathing exercises we call yoga today (about which the YogaSutra has virtually nothing to say)?[7]

Arriviamo così ad identificare la tesi alla cui dimostrazione White dedica questo libro decisamente ‘fuori dal coro’:

“Then, through a series of improbable synergies, Yoga rose from its ashes in the late nineteenth century to become a cult object for much of the modern yoga subculture.”[8]

Yoga come merce e come industria, critica dalla quale non è esentato lo stesso mondo accademico:

“Over the past forty years in particular, critical scholarship on Yoga has become a growth industry in the American and European academies.”[9]

Concludiamo questa breve panoramica notando come anche White evidenzi la sostanziale non traducibilità del Significato dei sūtra. Tesi supportata con dati di fatto oggettivi, laddove prende in considerazione la molteplicità e difformità delle traduzioni del sūtra योगश्चित्तवृत्तिनिरोधः॥२॥ che racchiude l’essenza dello yoga:

 “Patanjali’s compact definition of Yoga, is composed of four words: yoga-citta-vritti-nirodha. As usual, there are no verbs in this sutra, so we are in the presence of an apposition: yoga = citta + vritti + nirodha…… By way of illustration, here is a sampling of twenty-two from among the many, many English translations—by critical scholars, yoga gurus, and everyone in between—of those four words.”[10]

Per il tema di nostro interesse, i codici etico-morali dei doveri verso se stessi e verso gli altri, abbiamo trovato solo un breve ma significativo richiamo a svādhyāya:

“Desikachar relates that in his teachings Krishnamacharya had identified svadhyaya with postural practice, the very opening” he needed to link the Yoga Sutra to the practice of which he was the undisputed modern master. Many contemporary yoga gurus, led by Iyengar and Pattabhi Jois, have made similar assertions, affirming that the entire eight-part practice is intrinsic to, or flows directly from, postural practice.”[11]

Sicuramente un libro ricco di spunti di riflessione che ne fanno un testo di riferimento con il quale confrontarsi. Peccato che sia completamente assente – tranne brevi accenni – la trattazione  di Yama e Niyama, che – è bene non dimenticarlo -, con i Significati sottostanti, rappresentano le fondamenta non solo degli yogasūtra e della Tradizione Vedica, ma anche del Jainismo e del Buddhismo.
Al di la dei nomi e delle forme, per estensione, sono l’essenza comune alla Tradizione ‘tout court’, dove Occidente ed Oriente trovano le comuni radici. Quest’aspetto, ce ne rammarichiamo, il White non lo prende in considerazione.

Fabio Milioni

divisore fantasia geometrica

[1]dal testo: Dall’Uno della Tradizione ai Sistemi Aperti
॥ पातञ्जलयोगसूत्राणि ॥   Patañjali Yogasūtra Il ‘punto di vista’ Yoga
Vol I -Yama e Niyama, i Doveri (astensioni e osservanze)

[2]David GORDON WHITE, The Yoga Sutra of Patanjali. A Biography, Princeton University press, Princeton, 2014

[3]Ibidem pg. XV

[4]Ibidem, pgg3-4

[5]Ibidem, pg. XV

[6]Ibidem, pg. 1

[7]Ibidem pgg. 1-2

[8]Ibidem, pg. 6

[9]Ibidem, pg. 9

[10]Ibidem pg. 12

[11]Ibidem pgg. 215-16

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