Fonte: newsletter di Luciano Porpora, ed. Porpora Assisi
Nelle scritture si fa menzione circa gli antichi saggi dell’era vedica e dei tempi delle Upaniṣad che andavano passo dopo passo dal conosciuto all’inconoscibile, dal visibile all’invisibile. Allora, ad uno stadio, essendo andati attraverso tutti i visibili elementi: terra, acqua, fuoco e aria, alla fine conclusero che kha, l’etere dello spazio, doveva essere l’ultima realtà, cioè Brahman, perché è inafferrabile, invisibile, non visto e più sottile del più sottile.
Così essi dissero, kham brahma (kha è Brahman). E’ soltanto ad uno stadio successivo che qualche saggio cominciò a scuotere la testa: “No, lo spazio non può essere l’ultimo, perché chi è che dice kham brahma? Chi è che conosce e dichiara ‘Io conosco kham brahma?’
Chi è il conoscitore?
Chi è il veggente?
Chi è questo essere che testimonia?
“Se questo essere che testimonia dice io conosco kham brahma, quell’essere che testimonia dovrebbe essere certamente consapevole che egli è: ‘Io sono e quindi io dichiaro che l’etere dello spazio è Brahman’. Quell’essere dovrebbe essere un individuo che è conscio dell’esistenza, perché a meno che uno non sia conscio di esistere non può dire o fare qualsiasi cosa.
L’esistenza è precedente anche alla conoscenza di qualcosa ed alla dichiarazione di qualcosa circa quella conoscenza.
Un’esistenza inerte ed inconscia non può né conoscere, né dichiarare qualcosa”.
Così essi arrivarono alla conclusione che la coscienza, una raggiante risvegliata consapevolezza, è assolutamente essenziale ed indispensabile. E’ anche anteriore, precedente allo spazio, perché è quell’Essere che conosce lo spazio, che diventa consapevole dell’esistenza dell’elemento chiamato spazio ed è capace di dichiarare qualcosa su di esso.
Quella coscienza, quindi, deve essere il Brahman finale. Essi la chiamarono prajñānaṃ brahma. Prajñānam significa coscienza, consapevolezza di essere. Prajñānam brahma è la grande affermazione (Mahāvākya) del Rig-Veda e significa: “la Coscienza è Brahman”. Scoperto questo, essi allora dichiararono: “Aham Brahmāsmi” Io sono Quella pura coscienza che è il Mahāvākya dello Yajur-Veda. E il guru che ha realizzato il suo proprio sé come pura coscienza, nel dare le istruzioni spirituali di saggezza al degno discepolo disse: “Tat Tvam Asi. Tu sei quella pura Coscienza. Tu sei quel Brahman.
Tu sei quella pura Consapevolezza”. Talvolta è stata posta la domanda: “Ma chi è che è consapevole di questa consapevolezza per dire che quella consapevolezza esiste?” Questa è definita una domanda stupida, perché per la propria vera natura della sua essenziale materia, la consapevolezza non richiede un testimone. E’ il testimone di tutte le cose.
La consapevolezza non richiede nessun altro fattore per affermare la sua esistenza in quanto essa stessa è il fattore che ha il potere e l’autorità per affermare l’esistenza di tutte le altre cose. La consapevolezza è definitiva.
Non c’è nulla al di là di essa per il semplice fatto che essa è quella che conosce l’esistenza di ogni cosa – questo mondo, le stelle, il sole, la luna, lo spazio esterno, ogni cosa. Quindi la consapevolezza è suprema.
Ognuno è dotato di questa consapevolezza. E’ la nostra essenziale natura. Non avete bisogno che qualcun altro vi dica che esistete, voi rispondereste: “Tu non devi dirmelo. So che esisto. Io sono”. Non avete bisogno che qualcun altro vi dica che voi siete.
Nel momento che vi risvegliate alla mattina, sapete che siete. Nessun altro è necessario per farvi sapere che esistete.
Siete voi stessi i conoscitori di tutte le cose. Automaticamente questa auto-consapevolezza è costantemente il vostro stato.
Per aiutare i ricercatori a comprendere la Suprema Realtà e la loro realtà e la connessione tra la loro realtà e la Realtà Ultima, i nostri grandi saggi trovarono che l’unico principio adatto a cui paragonare Brahman, tramite un’analogia, è lo spazio.
E’ molto interessante il fatto, tuttavia, che nel linguaggio umano il pensiero può creare, talvolta, termini molto peculiari.
Se c’è un’occasione importante, qualcuno può dire: “Spostiamo tutta la mobilia, creiamo molto più spazio”.
Come se essi avessero creato qualcosa che non era precedentemente esistente. Lo spazio è sempre esistito e sempre continuerà ad esistere.
Il Vedanta parla di mahākāśa e mathākāśa. Ākāśa significa spazio. Lo spazio incluso in una struttura è matha, mentre lo spazio esterno senza limiti è mahākāśa. C’è una qualche differenza tra lo spazio interno di una stanza e il vasto spazio all’esterno?
Nessuna differenza, sono la stessa cosa. Allora qual’è la differenza? Nello spazio esterno gli aerei possono volare, nello spazio dentro una stanza un aereo non può volare. Così la differenza è la limitazione, l’estensione.
Lo spazio esterno è illimitato, lo spazio interno di una stanza è limitato a causa di altre cose che sono state aggiunte attorno ad esso: pareti, soffitto ecc.
Queste sono chiamate Upādhi (aggiunte limitanti), ma essenzialmente non c’è alcuna differenza tra lo spazio interno alla stanza e il vasto spazio all’esterno. Essi sono la stessa cosa, sono identici.
Nello stesso modo non c’è alcuna differenza tra il Jīvātmā (anima individuale) e il Paramatma (Anima Suprema).
L’Atma Tattva (Essenza dell’Anima) è la stessa, solo nel Jīvātmā l’Atma Tattva è limitata dalla creazione di una forma e di un nome come le pareti ed il soffitto, le finestre e le porte di una stanza. Anche in una piccola formica c’è la stessa identica coscienza, ma ancora più confinata. Il Paramatma è come il vasto aperto spazio: illimitato, libero. Così essi hanno usato l’analogia di mahākāśa e mathākāśa.
Ogni cosa, tutte le lune, le stelle, i pianeti e gli universi sono inclusi e presenti nella grande vastità del mahākāśa.
E voi siete più che tutte queste cose messe insieme – milioni e miliardi di universi messi insieme – perché voi siete il Conoscitore. Quindi, conoscete voi stessi; raggiungete atmajñāna e diventate liberati per sempre da nascita e morte.
Possa la grazia del Divino e le benedizioni del Santo Maestro e di tutti gli altri Santi rendervi capaci di fare questo – non in un distante futuro, ma in questa vera vita. Come Gurudev usava dire: “Fallo ora e diventa benedetto per sempre”.
Dio vi benedica tutti!
Hari Om Tat Sat!
Un commento su “Chi è che Conosce?
di Śrī Svāmī Cidananda”
In forme letterarie tanto poetiche e colorite il Mahabarata, tra i tanti principi che ha tramandato nel corso dei secoli, mostra con quali modalità la guerra ha origine, un argomento tanto attuale oggigiorno. La Bhagavadgita, nel cuore del Mahabarata, descrive il culmine del conflitto e ci dornisce le modalità attraverso le quali poter affrontare così tanta sofferenza derivante dal basso livello dell’ evoluzione umana che può trovare un riscatto nell’abbandono a Krisnha, maestro del Pratyahara.